Santuario di Santa Maria delle Grazie - Scandriglia
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omelia

«Coraggio, sono io: la mano che afferra e salva»

Omelia per la XIX Domenica del Tempo Ordinario

Mt 14,22-33

Cari fratelli e sorelle, pellegrini di questa casa di grazia:

Il Vangelo di questa domenica ci colloca nel cuore di una notte di tempesta. I discepoli, soli nella barca, lottano contro il vento e le onde. La paura li blocca. E proprio quando la notte sembra più buia, Gesù si avvicina camminando sul mare. Questa scena non è un semplice ricordo del passato: è lo specchio di tante traversate personali e comunitarie. Anche noi, qui nel Santuario di Santa Maria delle Grazie, arriviamo a volte con il cuore agitato, con la barca della nostra vita sbattuta dai problemi, dai dubbi o dalla stanchezza. Oggi il Signore dice anche a noi quello che disse a quei primi discepoli. Per ascoltarlo, fermiamoci su tre verbi greci che illuminano il brano e che vogliono farsi carne nella nostra vita.

  1. «Tharseíte»: abbiate coraggio, prendete fiato

Quando i discepoli, terrorizzati, credono di vedere un fantasma, la prima parola di Gesù non è una spiegazione, ma una chiamata al cuore: tharseíte, «Coraggio!». È un imperativo pieno di tenerezza e di forza. Il Maestro non calma subito la tempesta esteriore; prima vuole placare la tempesta interiore, quella della paura. Sa che il pericolo più grande non sta nelle onde, ma nel cuore che si stringe e smette di confidare.

Quante volte anche noi siamo bloccati dalla paura: paura del futuro, della malattia, di non essere amati, di fallire. In questo santuario, sotto lo sguardo della Vergine delle Grazie, Gesù oggi ci ripete: «Coraggio, non abbiate paura». Non è uno slogan vuoto; è il respiro di chi ha già vinto la notte e la morte. Il primo passo della fede è lasciare che questa parola entri nel profondo e ci restituisca il respiro.

  1. «Egó eimi»: Io sono

Gesù aggiunge: egó eimi, «sono io». Nel linguaggio biblico, questa espressione non è una semplice identificazione; è l’eco del nome divino rivelato a Mosè: «Io sono colui che sono». Sulle acque caotiche, che nella Scrittura simboleggiano le forze del male e del nulla, Gesù manifesta la sua identità più profonda: Lui è il Signore, colui che domina la creazione, colui che sta al di sopra di tutto ciò che ci minaccia.

La nostra fede non si appoggia su un’idea bella, ma su Qualcuno che è più forte di qualsiasi tempesta. Quando nell’Eucaristia ascoltiamo «Questo è il mio Corpo», quando adoriamo il Santissimo in questo tempio, siamo davanti a quello stesso Io sono. Qui, a Santa Maria delle Grazie, non veniamo a cercare ricette magiche, ma a incontrare la Persona viva che dice: «Sono qui, non passate oltre». Riconoscere Gesù come l’«Io sono» ci dona una pace che il mondo non può dare.

  1. «Sôsón me»: salvami, e la mano che afferra

Pietro, con il suo carattere impulsivo e generoso, chiede di andare verso Gesù sulle acque. Il Signore gli dice una sola parola: «Vieni». E Pietro cammina. Ma fissandosi sulla forza del vento, sente di affondare e grida: Kýrie, sôsón me, «Signore, salvami!». Questo verbo, sôzo, significa salvare, strappare al pericolo, mettere al sicuro. È il grido più autentico della creatura che riconosce il proprio limite e si abbandona nelle mani del Creatore.

La reazione di Gesù è immediata: stese la mano, lo afferrò (epelábeto) e non lo lasciò andare. Non gli fece un discorso, non gli chiese meriti precedenti: semplicemente lo sostenne. Poi, con infinita pedagogia, gli chiese: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?», non per umiliarlo, ma per farlo crescere.

Questa è la Buona Notizia: quando la nostra fede vacilla, quando le forze ci abbandonano, possiamo gridare con Pietro. E il Signore, che è fedele, afferra la nostra mano prima che affondiamo. In questo santuario, il sacramento della Riconciliazione e l’Eucaristia sono quella mano tesa di Cristo che ci salva ancora e ancora.

Applicazione pastorale: vivere la fiducia nel concreto

Fratelli, la Parola non si proclama perché resti sospesa nell’aria. La XIX Domenica del Tempo Ordinario ci invita a compiere tre passi molto concreti durante questa settimana:

  • Coltivare il coraggio: individua quella paura che ti ruba la pace e, quando la senti, ripeti interiormente la parola di Gesù: «Coraggio, sono io, non temere». Puoi farlo al risveglio, mentre guidi o accendendo una candela davanti alla Vergine delle Grazie.
  • Fissare lo sguardo sull’«Io sono»: dedica qualche minuto al giorno a stare in silenzio davanti al Signore, riconoscendo che Lui è al di sopra delle tue tempeste. Se puoi, vieni a visitare il Santissimo; lascia che la sua presenza ti rimetta al centro.
  • Gridare «salvami» ed essere mano tesa: quando ti senti affondare per la debolezza, il peccato o la tristezza, non chiuderti; accostati al confessionale o condividi con una persona di fiducia. E, allo stesso tempo, guardati attorno: c’è qualcuno che sta facendo acqua? Sii, come Gesù, una mano che afferra senza giudicare, un orecchio che ascolta, un cuore che accompagna.

In questa Eucaristia, Gesù si fa presente nella barca della nostra comunità. Maria, Stella del Mare e Madre delle Grazie, ci insegna a fidarci di suo Figlio anche nella notte. Che uscendo da questo santuario portiamo la certezza di non essere soli: il Signore cammina sulle nostre acque e ci tende sempre la sua mano vittoriosa.

Amen.

06/08/2026
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