La vigna della gratuità e la gioia di essere chiamati
XXV Domenica del Tempo Ordinario
Cari fedeli del Santuario Francescano di Santa Maria delle Grazie,
Introduzione
Il Vangelo di questa domenica ci conduce nella vigna del Signore, dove un padrone esce a tutte le ore per chiamare operai. La parabola dei lavoratori della vigna (Mt 20,1-16) sconcerta la nostra logica di merito e di calcolo: il padrone dà a tutti la stessa paga, dal primo all’ultimo. Gesù non sta parlando di economia, ma della logica del Regno, dove la giustizia di Dio è superata dalla sua misericordia e dalla sua gratuità. In chiave francescana, questa pagina ci invita a passare dalla logica del confronto e dell’invidia alla gioia di essere chiamati, di lavorare nella vigna del Signore e di accogliere ogni fratello e sorella come dono, non come concorrente.
Per entrare nel cuore del brano, soffermiamoci su tre verbi greci che ne scandiscono il movimento e illuminano la nostra vita spirituale.
1) μισθώσασθαι (misthōsasthai) – chiamare, assumere per la vigna
Il verbo indica l’azione del padrone che esce e assume operai per la sua vigna. Non è un diritto dei lavoratori, ma un dono del padrone: nessuno può vantarsi di essere stato chiamato per primo, perché la chiamata è sempre grazia. San Francesco ha vissuto questa coscienza: non si è mai presentato come un “primo della classe”, ma come un “servo inutile” che ha ricevuto tutto. La vocazione francescana è risposta grata a una chiamata immeritata: Dio ci chiama a lavorare nella sua vigna, ciascuno all’ora che Lui sceglie. Il nostro compito non è paragonarci agli altri, ma rispondere con fedeltà e letizia.
2) ἀποδίδωμι / ἀπόδος (apodidonai / apodos) – dare, restituire, ricompensare
Il padrone, alla sera, ordina di pagare gli operai cominciando dagli ultimi. Il verbo “apodidonai” non indica solo un salario, ma un “restituire” che esprime la generosità sovrana di Dio. La ricompensa non è proporzionata al merito, ma all’amore del padrone. In termini francescani, è la logica della minorità: non pretendiamo nulla, ma tutto riceviamo come dono. San Francesco ci insegna a non calcolare ciò che ci spetta, ma a vivere nella gratitudine per ciò che ci viene donato. La vera ricompensa del discepolo non è un premio, ma la comunione con il Signore e con i fratelli.
3) γογγύζω (gongyzō) – mormorare, brontolare
I primi operai, vedendo che gli ultimi ricevono la stessa paga, mormorano contro il padrone. Il verbo “gongyzō” indica il brontolio interiore, il lamento che nasce dal confronto e dall’invidia. È il veleno che rovina la gioia di lavorare nella vigna. San Francesco ci mette in guardia: “Beato il servo che non si innalza per il bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui, più che per il bene che dice e opera per mezzo di un altro” (Ammonizione XII). L’invidia nasce quando misuriamo il nostro valore in base agli altri, dimenticando che ogni dono viene da Dio. Il padrone chiede: “Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?” (v. 15). La mormorazione è il contrario dell’occhio buono, che sa vedere la bontà di Dio in ogni fratello.
Applicazione pastorale
Come comunità del Santuario di Santa Maria delle Grazie, siamo chiamati a vivere questi tre verbi nella concretezza della nostra vita fraterna e pastorale:
– Misthōsasthai nell’accoglienza: usciamo anche noi, come il padrone, verso chi è rimasto ai margini, verso chi si sente escluso o arrivato troppo tardi. Nelle nostre parrocchie e gruppi, facciamo spazio a chi non ha voce. Ogni persona è chiamata da Dio, e noi dobbiamo essere strumenti di questa chiamata.
– Apodidonai nella gratuità: impariamo a servire senza calcolare, a donare senza pretendere, a riconoscere la pari dignità di ogni lavoratore e di ogni volontario. Nelle nostre opere di carità, nella mensa fraterna, nell’assistenza ai poveri, non misuriamo il valore delle persone in base a quanto producono, ma le accogliamo come fratelli e sorelle amati da Dio.
– Gongyzō nella conversione del cuore: vigiliamo contro la mormorazione e l’invidia nelle nostre comunità. Quando nasce il confronto, ricordiamo le parole di San Francesco e chiediamo il dono dell’occhio buono. Celebriamo i doni degli altri senza sentirci sminuiti, perché nella vigna del Signore c’è posto per tutti e la gioia di uno è gioia di tutti.
Concludendo, chiediamo al Signore la grazia di vivere la parabola della vigna con il cuore di San Francesco: essere operai grati e umili, capaci di gioire del bene altrui, senza mormorare, ma riconoscendo in ogni fratello un dono. Che la nostra comunità, sotto lo sguardo di Santa Maria delle Grazie, sia segno di una Chiesa che chiama, accoglie e dona con la stessa gratuità del Padrone buono. Amen.
