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«Accolse la morte cantando»

Omelia per il Transito di San Francesco – 800 anni dalla Pasqua di Francesco (1226–2026) 

Santuario Francescano di Santa Maria delle Grazie

 

  1. Introduzione: siamo qui, ottocento anni dopo

Questa sera il nostro Santuario si stringe attorno a un letto. Non è un letto qualunque: è la nuda terra della Porziuncola, la sera del 3 ottobre 1226. Là, a pochi passi da Santa Maria degli Angeli, un uomo cieco, consumato dalla malattia, si fa deporre nudo sulla terra nuda e muore cantando. Ottocento anni ci separano da quella sera — eppure siamo qui, e non celebriamo un ricordo, celebriamo una Pasqua.

La parola transito non significa “fine”, significa “passaggio”. È la stessa parola che il Vangelo di Giovanni usa per Gesù: «sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre». Francesco ha voluto che proprio quel brano gli fosse letto mentre moriva. Per questo la Chiesa ci invita a chiamare questa notte non la morte di Francesco, ma la Pasqua di Francesco: il suo passaggio, la sua liberazione, il suo volo verso la luce eterna.

E allora lasciamoci interrogare da quella morte. Perché la morte di Francesco — come ci dicono le fonti più antiche, dalla Prima notizia di frate Elia al Memoriale — ebbe tre caratteristiche che oggi, nella nostra società, sono diventate quasi scandalo: fu lunga, cosciente, accompagnata.

  1. Una morte lunga

La prima caratteristica: la morte di Francesco fu lunga.

Non fu un incidente, non fu un fulmine a ciel sereno. Fu un lungo cammino. Dal 1224, a La Verna, porta nel corpo le stimmate; poi due anni di sofferenza, la malattia agli occhi, i viaggi, le notti insonni, la stanchezza di un corpo che si spegne lentamente. E in quel tempo lungo Francesco fa le cose più belle della sua vita: compone il Cantico delle Creature, detta il Testamento, chiede perdono ai frati, si riconcilia con tutti.

Frate Elia, nella Prima notizia, scrive ai frati: «Siate ripieni di gioia perché, prima di partirsi da noi, come un altro Giacobbe, ha benedetto tutti i suoi figli ed ha perdonato a tutti qualsiasi colpa uno abbia commesso o pensato contro di lui». Ecco la morte lunga: non un attimo rubato, ma un tempo donato. Tempo per perdonare, tempo per essere perdonati, tempo per lasciare in eredità non cose, ma una benedizione.

La nostra società, invece, ha fretta. Vuole una morte breve: rapida, indolore, “senza accorgersene”, possibilmente nel sonno, possibilmente senza veglia, senza attesa. La morte deve essere veloce perché la morte ci fa paura, e tutto ciò che ci fa paura lo vogliamo accorciare. Ma la fretta non è misericordia: è fuga. Francesco ci insegna che la morte può essere lunga e proprio per questo feconda, come un parto che dura e genera.

  1. Una morte cosciente

La seconda caratteristica: la morte di Francesco fu cosciente.

Francesco sapeva. Il testo ci dice che «due anni prima» una rivelazione divina gli aveva indicato che il momento si avvicinava. E quando quell’ora giunse, egli non la subì: la abitò. Chiamò a sé due frati — Angelo, il suo guardiano, e Leone, il suo segretario — «perché a piena voce cantassero le Lodi al Signore con animo gioioso per l’approssimarsi della morte, anzi della vera vita». Poi si fece portare il libro dei Vangeli e chiese — lui, il morente — che gli fosse letto il passo di Giovanni. Non gli fu imposto: lo scelse. E volle indossare il cilicio, essere cosparso di cenere, farsi deporre nudo sulla terra nuda.

Il morente, qui, è il protagonista, non l’oggetto di cure. Decide, parla, benedice, canta. Il Memoriale lo dice con una frase che dovremmo scolpire: «amò i suoi sino alla fine, accolse la morte cantando».

Oggi, invece, la morte deve essere senza sentire. Sedata, anestetizzata, medicalizzata, “non cosciente”. Come se la coscienza fosse un nemico da spegnere, e non il luogo dove Dio viene incontro. Quante volte si dice: “che non si accorga di nulla, che non soffra, che non capisca”. Ma Francesco ci mostra un’altra strada: la coscienza non è un peso, è una grazia. È il tempo in cui si può ancora scegliere, amare, perdonare, dire l’ultimo “ti voglio bene”. Chi muore cosciente non muore solo: muore con Dio, con i fratelli, con sé stesso.

  1. Una morte accompagnata

La terza caratteristica: la morte di Francesco fu accompagnata.

Il racconto della benedizione è di una bellezza struggente. Francesco, ormai cieco, incrocia le braccia per porre la destra sul capo di frate Elia e domanda: «Su chi tengo la mia mano?». «Su frate Elia», gli rispondono. «Così voglio anch’io». E benedice tutti i figli, come Giacobbe, come Mosè. Poi, il gesto del guardiano: gli presta una tonaca, i calzoni e il berretto di sacco, dicendogli: «te li do in prestito, per santa obbedienza… ti tolgo ogni potere di cederli ad altri». Francesco sente il cuore traboccare di gioia: ha tenuto fede sino alla fine a madonna Povertà. E attorno a lui i frati, raccolti con riverenza, attendono il beato transito.

Non muore solo. Muore circondato, benedicendo, perdonando, cantando il Salmo 141: «Con la mia voce al Signore grido aiuto».

La nostra società, invece, vuole una morte che non dia molestia. In corsia, di notte, con la porta chiusa, con i parenti “che è meglio non ci siano”. Una morte discreta, igienica, silenziosa. Ma la solitudine non è dignità: è abbandono. E noi, che siamo discepoli di Francesco, sappiamo che accompagnare un morente è una delle opere di misericordia più grandi: esserci, tenere la mano, cantare, pregare, non avere fretta.

  1. Conclusione: che cosa ci lascia la morte di Francesco

Carissimi, che cosa ci insegna, qui, in questo nostro Santuario di Santa Maria delle Grazie, la morte di Francesco?

Ci insegna, prima di tutto, che la vita è un transito, non un vicolo cieco. Non siamo fatti per la terra nuda come per un termine, ma per la luce eterna come per una patria.

Ci insegna che la morte si prepara vivendo: con il perdono dato e ricevuto, con la riconciliazione, con il Testamento — cioè con la verità — con il coraggio di dire le cose ultime.

Ci insegna che i morenti vanno accompagnati: non sedati e dimenticati, ma ascoltati, benedetti, cantati. Francesco ci chiede di essere frate Elia, di essere frate Leone, di essere il guardiano che presta la tonaca: presenti, discreti, fedeli.

Ci insegna, infine, la povertà finale: nudo sulla terra nuda. Non porteremo nulla con noi, se non ciò che abbiamo amato. Per questo Francesco muore cantando: perché aveva amato sino alla fine.

Sorella morte, per Francesco, non è un nemico da evitare: è una sorella da accogliere. E noi, ottocento anni dopo, inginocchiati davanti a questa Madre, Santa Maria delle Grazie, che sotto la croce non fuggì ma rimase, chiediamo una sola grazia: di vivere come Francesco e di morire come lui — lentamente, coscientemente, accompagnati, cantando.

Amen.

04/10/2026
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