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omelia

Quel seme è Cristo stesso, il Verbo incarnato

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mt 13, 1-23

Cari fratelli e sorelle, pellegrini e fedeli che oggi ci riuniamo in questo santuario francescano di Santa Maria delle Grazie:

La liturgia ci offre una delle pagine più luminose del Vangelo: la parabola del seminatore. Gesù parla da una barca, sulle rive del lago, e la gente lo ascolta in piedi sulla spiaggia. È una scena piena di vita quotidiana, ma carica di mistero. Anche noi siamo sulle rive di questo santuario, come su una spiaggia di grazia, e il Signore vuole seminare oggi la sua Parola nei nostri cuori. Lasciamo che lo Spirito ci apra l’orecchio e l’anima.

Per approfondire questo testo, vorrei soffermarmi su tre parole greche che ne illuminano il contenuto: sporá, gê e karpós.

La prima è sporá (σπορά), che significa «semina», il seme gettato a piene mani. Il seminatore della parabola non lesina; sparge il seme con una generosità che sembra quasi uno spreco: cade sulla strada, sul terreno sassoso, tra le spine, e solo una parte sulla terra buona. Così è Dio. La sua Parola non è riservata a pochi eletti, non viene dosata secondo calcoli umani. Sporá ci parla di una sovrabbondanza che sfida la nostra logica. Quel seme è Cristo stesso, il Verbo incarnato, il Logos del Padre che si fa chicco di grano caduto nel solco del mondo. In questo santuario dedicato a Santa Maria delle Grazie, contempliamo come la Vergine abbia accolto la sporá divina senza riserve, e in lei il Verbo si è fatto carne. La semina continua ogni volta che viene proclamato il Vangelo, ogni volta che un sacramento tocca la nostra vita, ogni volta che un fratello ci parla con carità. Siamo consapevoli di questa pioggia costante di semi di grazia?

La seconda parola è gê (γῆ), la terra. Gesù descrive quattro tipi di terreno: il sentiero duro, il terreno sassoso in superficie, il campo di rovi e la terra buona. Gê è il suolo del nostro cuore. La terra nella Bibbia è legata all’essere umano: adam fu plasmato dall’adamah, dalla polvere del suolo. San Francesco, nella sua profonda umiltà, si sentiva fratello della terra, e per questo abbracciò la povertà e la piccolezza per non essere né pietra né rovo, ma terra fertile. Il sentiero calpestato rappresenta un cuore indurito dalla routine, dove la Parola scivola via senza penetrare. Il terreno sassoso è l’entusiasmo senza radici, l’emozione religiosa che si prosciuga alla prima prova. Le spine sono le preoccupazioni del mondo e la seduzione delle ricchezze, che soffocano il seme con le loro ansie. E la terra buona è il cuore che ascolta, accoglie e custodisce la Parola con perseveranza. La domanda oggi è diretta: che tipo di gê sono io? Quali calpestamenti, quali pietre nascoste, quali spine stanno impedendo al seme di germogliare nella mia vita?

La terza parola è karpós (καρπός), il frutto. Il seme non viene seminato per rimanere sterile, ma per dare raccolto: trenta, sessanta, cento per uno. Il frutto è lo scopo di tutta l’opera di Dio. San Paolo ci ricorda che il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, autocontrollo (cfr. Gal 5,22-23).

Karpós non è un successo mondano né un’efficienza pastorale misurata in numeri; è la fecondità di una vita trasformata dal Vangelo, che si traduce in opere di misericordia, nel perdono offerto, nel servizio umile. Quando Maria andò a trovare Elisabetta, portava nel suo grembo il Frutto benedetto, e il suo saluto fece balzare di gioia il Battista. La terra buona si riconosce dai frutti. Non basta ascoltare la Parola; bisogna portarla a compimento. E qui la tradizione francescana ci insegna che il frutto nasce dalla povertà di spirito: solo chi si svuota di sé stesso lascia spazio affinché Dio produca in lui un raccolto abbondante.

Applichiamo ora questa Parola alla nostra vita concreta. Innanzitutto, rivediamo il nostro atteggiamento nei confronti dell’ascolto. Viviamo circondati da rumori, parole, immagini; corriamo il rischio di diventare una «strada», dove il seme del Vangelo rimbalza senza lasciare traccia. Abbiamo bisogno di silenzio interiore ed esteriore. Questo santuario è un luogo propizio per fermarci, come Maria, a meditare queste cose nel cuore. Dedichiamo ogni giorno un po’ di tempo alla lettura e alla meditazione della Scrittura, per lasciare che la sporá di Dio ci penetri?

In secondo luogo, identifichiamo le pietre e le spine. Quale superficialità mi impedisce di approfondire la fede? Quale paura della sofferenza o dell’impegno mi fa tornare indietro quando seguire Gesù diventa impegnativo? Quali preoccupazioni economiche, quale ricerca di sicurezza materiale, quale attaccamento alle comodità stanno soffocando la vita di Dio in me? L’esame di coscienza, soprattutto alla luce del sacramento della Riconciliazione, è lo strumento per sradicare quelle erbacce e rimuovere le pietre.

In terzo luogo, coltiviamo la terra buona attraverso le pratiche che la Chiesa ci offre: l’Eucaristia domenicale, la preghiera personale e comunitaria, le opere di carità. La terra si fertilizza con il concime dell’umiltà e l’irrigazione della grazia. In questo santuario delle Grazie, ricorriamo all’intercessione della Vergine. Lei è la terra perfetta, la gê santa che ha dato al mondo il frutto più bello, Gesù. Chiediamole di insegnarci ad essere docili alla semina di Dio, a custodire la Parola senza lasciarci rubare il seme, a rimanere saldi nella prova e a non permettere che le preoccupazioni soffochino l’essenziale.

Possa il divino Seminatore, uscendo oggi da questa barca che è la Chiesa, trovare in ciascuno di noi un cuore ben disposto, una terra buona che, con perseveranza, dia frutto abbondante per la vita del mondo. E che Santa Maria delle Grazie, piena di grazia, ci accompagni in questo cammino di fecondità evangelica. Amen.

10/07/2026
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