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omelia

“Venite a me… e imparate da me”

XIV Domenica del Tempo Ordinario

(Mt 11,25-30)

Cari fratelli e sorell, pace e bene.

Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato è un’oasi di freschezza nel mezzo del calore della vita. Gesù alza gli occhi al Padre e il suo cuore trabocca in una preghiera che dice tutto: lode, rivelazione, invito. Non siamo di fronte a un discorso imparato a memoria, ma al respiro intimo del Figlio. E in quel respiro ci sono tre verbi che, nell’originale greco, ci aprono una porta per entrare oggi nel mistero e lasciare che esso tocchi la nostra carne. Vi invito a soffermarci su di essi come chi si siede ai piedi del Maestro.

  1. Ἐξομολογοῦμαί (exomologoûmai) – «Ti rendo grazie, Padre»

Questo verbo non è un semplice «grazie» di cortesia. Nella Bibbia greca, exomologéo significa proclamare apertamente, confessare, riconoscere con tutto il proprio essere. Gesù non rende grazie perché le cose gli vanno bene; rende grazie perché il Padre ha nascosto i misteri del Regno ai saggi e agli intelligenti e li ha rivelati ai piccoli. La lode di Gesù nasce dalla logica sorprendente di Dio, che si compiace delle cose piccole, di ciò che il mondo disprezza.

Qui, in questo santuario mariano, lo comprendiamo bene: Maria, la «piccola schiava», è stata la prima a sperimentare che Dio ha guardato alla sua umiltà. Come lei, anche noi siamo chiamati a vivere una fede che non si appoggia su titoli, conoscenze o sicurezze umane, ma sulla fiducia nuda e cruda del bambino. Quante volte la nostra preghiera si trasforma in un elenco di richieste e ci dimentichiamo della lode gratuita? Il primo passo del Vangelo di oggi è recuperare l’exomologoûmai: una gratitudine che sgorga non da ciò che abbiamo, ma dal sapere di essere amati senza merito. Quando la vita diventa pesante, lodare Dio dalla nostra povertà è l’atto più rivoluzionario che esista.

  1. Δεῦτε (deûte) – «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi»

Deûte è un imperativo pieno di urgenza e tenerezza. Non è un «venite se volete», ma un «venite subito, non tardate!». Gesù si rivolge a coloro che sono *kopiôntes* (coloro che si spezzano la schiena lavorando) e pephortisménoi (coloro che vanno carichi come bestie da soma). Conosce il peso del sudore, dell’ansia, delle notti insonni. Conosce l’oppressione di chi non riesce ad arrivare a fine mese, di chi si porta dietro vecchie colpe, di chi sente di non essere all’altezza.

A loro, proprio a loro, non ai perfetti, dice: «Venite». E aggiunge una promessa: «Io vi darò riposo». Il riposo che offre non è un’anestesia, ma una persona: Lui stesso. Qui, nel Santuario delle Grazie, la Vergine ci indica sempre suo Figlio. Anche oggi Gesù ci dice deûte attraverso la sua Parola, l’Eucaristia, il fratello che soffre. Ma per andare a Lui bisogna abbandonare la pretesa di portare tutto da soli. Venire a Gesù significa smettere di essere al centro e accettare che abbiamo bisogno di essere sostenuti. Quale fardello stai portando in silenzio?

Ascolta il deûte di questa domenica come se fosse pronunciato proprio ora per te.

  1. Μάθετε (máthete) – «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore»

Il terzo verbo completa il cammino. Non basta rivolgersi a Gesù; bisogna rimanere nella sua scuola. Máthete è un imperativo che evoca il rapporto del discepolo con il maestro. Ma qui il programma di studi non è una dottrina astratta: è il suo stesso Cuore. «Imparate da me» significa entrare nel mio modo di essere, nella mia mitezza e nella mia umiltà.

San Francesco d’Assisi, il cui carisma permea queste mura, lo comprese in modo radicale. Quando baciò il lebbroso, quando abbracciò la sorella povertà, quando augurava «pace e bene», non faceva altro che imparare dal Cuore mite e umile di Cristo. La mitezza non è debolezza; è la forza di chi non ha bisogno di imporsi perché ama. L’umiltà non è un complesso; è la verità di chi sa di aver ricevuto tutto. In un mondo che ci spinge a essere competitivi, a fingere, a calpestare gli altri per salire, Gesù ci dice: máthete, imparate da me un altro modo di vivere. Imparate a portare la vita non come un peso che schiaccia, ma come un giogo condiviso con me. Perché il suo giogo è dolce e il suo carico leggero: non perché ci tolga i problemi, ma perché ci dona un compagno di viaggio che tiene il timone.

Sintesi per la vita

Fratelli, il Vangelo di oggi non è una bella teoria; è una mappa per l’anima stanca. Exomologoûmai: oggi, prima di andare a dormire, rendi grazie per una sola cosa che ti faccia sentire piccolo davanti a Dio. Deûte: individua quel fardello che porti nascosto e, in un momento di silenzio, confidalo a Gesù con parole tue. Máthete: durante questa settimana, scegli un gesto concreto di mitezza — trattenere una critica, ascoltare senza fretta, cedere su qualcosa che non è essenziale — e fallo «imparando» dal suo Cuore.

Che Santa Maria delle Grazie, la prima discepola, ci insegni a vivere questi tre verbi. E che, uscendo da questo santuario, portiamo sul volto la serenità di chi ha incontrato Colui che è mite e umile di cuore. Così sia.

03/07/2026
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