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omelia

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

SOLENNTA’ DEL CORPUS DOMINI

Gv 6, 51-58

Cari fratelli e sorelle:

Celebriamo oggi, con profonda gioia e riverenza, la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. La liturgia ci offre un brano del Vangelo secondo san Giovanni che è, al tempo stesso, scandaloso per la ragione e dolcissimo per il cuore del credente: il discorso sul Pane di Vita. Gesù, dopo aver sfamato la folla con pani e pesci, si rivela come il vero cibo disceso dal cielo. Le sue parole sono così reali che, per comprenderle in tutta la loro profondità, è opportuno affacciarsi all’originale greco, la lingua in cui sono state scritte, e lasciare che i verbi impiegati dall’evangelista illuminino questo mistero d’amore.

Il Signore inizia con una promessa: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo; chi mangia (φάγῃ, phágē) di questo pane vivrà in eterno» (v. 51). Ma attenzione: quel primo verbo, phágē, che significa «mangiare», non basta a esprimere la crudezza del dono che vuole farci. Per questo, di fronte all’incredulità di coloro che discutono su come quest’uomo possa darci da mangiare la sua carne, Gesù non indietreggia né addolcisce il suo linguaggio; al contrario, lo rende più intenso, quasi violento nel suo realismo. A partire dal versetto 54, sostituisce phágē con trógōn (ὁ τρώγων), un termine che non lascia spazio a interpretazioni simboliche: significa «masticare», «mordere», «triturare con i denti». È il verbo che si usa per gli animali quando ruminano, per l’uomo che mangia con vera fame. Il Signore non ci invita a una metafora, ma a un banchetto in cui la sua carne è vero cibo e il suo sangue vera bevanda (alēthḗs brōsis e alēthḗs pósis). E a quel trógōn si unisce il participio pínōn (πίνων, «beve»), che completa l’azione di ingerire realmente il suo sangue.

Ma c’è un altro verbo che, per me, è la chiave che apre il sacrario di questa solennità: ménei (μένει, «rimane»). Gesù afferma: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui» (v. 56). Non si tratta solo di un incontro passeggero; l’Eucaristia crea una dimora reciproca, un’unione così intima che lo stesso verbo è usato per parlare del rapporto tra il Padre e il Figlio. Il Padre vive, e il Figlio vive per il Padre; così, chi mangia Gesù vivrà per Lui. Il futuro zḗsei (ζήσει, «vivrà») e la promessa «io lo risusciterò (anastḗsō, ἀναστήσω) nell’ultimo giorno» ci aprono a una vita che la morte non può spegnere, perché è la vita stessa di Dio innestata nella nostra carne mortale.

Fratelli, la festa del Corpus Domini non è solo il ricordo di un gesto del passato; è la celebrazione di un fuoco che arde oggi sui nostri altari e in ogni calice. Quel pane che Egli darà (dṓsō, δώσω) è la sua carne offerta, e il calice che ci offre è il suo sangue versato per la vita del mondo. Quando riceviamo la comunione, non riceviamo un simbolo, ma Cristo stesso che, essendo disceso (katabás, καταβάς) dal cielo, si fa per noi via, verità e vita.

Vi invito, come pastore e come fratello, a riscoprire l’Eucaristia con lo stupore di chi sa di essere amato fino all’estremo. Che nell’avvicinarci a ricevere il Corpo del Signore, ricordiamo che non solo lo mastichiamo con i denti della fede, ma che Egli ci sta trasformando in ciò che mangiamo. E che, rimanendo in Lui, tutta la nostra vita si trasformi in un’offerta viva, santa e gradita al Padre. Che Maria, donna eucaristica, ci insegni ad adorare e a vivere questo mistero d’amore. Amen.

04/06/2026
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