GIOVANNI: «YOHANAN», «DIO È GRAZIA»
GIOVANNI: «YOHANAN», «DIO È GRAZIA»
Solennità della nascita di San Giovanni Battista
Cari fratelli e sorelle, fedeli che con tanto amore frequentate questo santuario francescano di Santa Maria delle Grazie:
Celebriamo oggi, con gioia traboccante, la solennità della nascita di San Giovanni Battista. Il Vangelo di Luca ci ha permesso di sbirciare nella casa di Zaccaria e Elisabetta e di contemplare il momento sacro in cui il silenzio si rompe: un figlio viene loro donato, e il suo nome — «Yohanan», «Dio è grazia» — diventa profezia. La lingua del sacerdote si scioglie, e dalla sua bocca sgorga un canto di benedizione. Quel bambino, che crescerà nel deserto, non è un profeta qualsiasi; è il Precursore, colui che si manifesterà a Israele con una missione che possiamo sintetizzare in tre verbi greci che il Nuovo Testamento gli attribuisce come un sigillo: kerýssein, baptízein e martyréin. Lasciamo che questi tre verbi illuminino la nostra vita e rinnovino la nostra vocazione cristiana in questo angolo sacro.
- Kerýssein: proclamare
Il primo verbo che definisce Giovanni è kerýssein, che significa proclamare come un araldo, gridare con l’autorità di chi annuncia una notizia che non è sua ma che gli brucia nel petto. Giovanni è «la voce che grida nel deserto» (Lc 3,4). La sua nascita è già un annuncio: il nome che riceve al momento della circoncisione, «Giovanni», scioglie la lingua di suo padre e induce tutti i vicini a chiedersi: «Che cosa sarà di questo bambino?» (Lc 1,66). Quella domanda è la prima eco del kerýssein che risuonerà trent’anni dopo sulle rive del Giordano.
Fratelli, anche noi siamo stati unti nel Battesimo come profeti. Non possiamo tacere. In un mondo saturo di rumori vuoti, spetta a noi essere voci che preparano le vie del Signore. Qui, a Santa Maria delle Grazie, sotto lo sguardo materno della Vergine, ogni Eucaristia ci trasforma in araldi della misericordia. Proclamiamo con le nostre parole, con le nostre opere, con la nostra gioia, che Dio è vicino? Oppure lasciamo che la paura ci renda muti, come accadde a Zaccaria prima di abbandonarsi alla grazia? Che il kerýssein di Giovanni ci scuota: non siamo padroni del messaggio, siamo solo servi che gridano, con la vita, che il Regno è giunto.
- Baptízein: battezzare, immergere
Il secondo verbo è baptízein, che originariamente significa immergere, tuffare, bagnare. Giovanni non si limita a predicare; invita a un gesto concreto: scendere nelle acque del Giordano per ricevere un battesimo di conversione. Quel rito esprimeva il desiderio di un cuore nuovo, l’anelito di essere purificati per accogliere Colui che viene. Ma Giovanni è umile: «Io vi battezzo con acqua… Lui vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco» (Lc 3,16). Il suo baptízein è una preparazione, un immergersi nella speranza.
In questo santuario francescano, ciascuno di noi è stato immerso nella tenerezza di Dio attraverso il Battesimo e, più e più volte, siamo invitati a immergerci nell’oceano della sua misericordia. La confessione, la preghiera, l’ascolto della Parola… sono acque vive dove possiamo ricominciare. Ma, come Giovanni, non possiamo restare sulla riva a guardare: dobbiamo aiutare gli altri a lasciarsi immergere dalla grazia. Santa Maria delle Grazie è proprio questo: un Giordano dove la Vergine ci tende la mano affinché non abbiamo paura di immergerci nell’amore di suo Figlio. Lasciamo che la grazia ci inondi ogni giorno, o viviamo con l’anima arida, appena sfiorata dal sacro?
- Martyréin: rendere testimonianza
Il terzo verbo è martyréin, che significa rendere testimonianza, essere testimone fino alle ultime conseguenze. Il quarto Vangelo dice di Giovanni: «Egli venne come testimone, per rendere testimonianza alla luce» (Gv 1,7). E il Battista compie la sua missione indicando Gesù con il dito e con la vita: «Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,29). La sua testimonianza non fu solo a parole; fu un martyréin che lo portò in prigione e, infine, al martirio. Perché il testimone autentico non scende a compromessi con la verità, anche se gli costa la testa.
Fratelli, il mondo ha bisogno di testimoni, non di maestri di teorie. Ha bisogno di cristiani che, come Giovanni, indichino Cristo senza clamore ma con fermezza, con una vita trasparente che gridi silenziosamente: «È Lui il centro, non io». In questo santuario mariano, Maria è la prima testimone, colei che custodiva e meditava ogni cosa nel suo cuore. Impariamo da lei e da Giovanni ad essere testimoni umili e coraggiosi. Indichiamo Gesù nel nostro lavoro, nella nostra famiglia, sui nostri social network, o indichiamo noi stessi? Che il martyréin di Giovanni ci ricordi che la fede non si impone, ma si irradia, e che la testimonianza più credibile è quella che si paga con la propria vita.
Conclusione: facciamo nostri questi tre verbi
Cari fedeli di Santa Maria delle Grazie: la nascita di Giovanni Battista non è un ricordo devoto; è una chiamata urgente. Lo stesso Spirito che ha rafforzato il bambino nel deserto vuole rafforzare noi affinché assumiamo la sua missione. Facciamo nostri questi tre verbi come programma di vita:
Kerýssein: non tacere la buona novella. Che la tua casa, la tua comunità, questo santuario, siano luoghi dove si proclami a gran voce — con l’amore e il servizio — che Dio è grazia.
Baptízein: lasciati immergere ogni giorno nella misericordia e aiuta gli altri a sperimentare l’abbraccio del Padre. Vivi in continua conversione, e così preparerai la via al Signore nei cuori.
Martyréin: sii testimone della luce. Che le tue opere indichino Cristo, e non temere di dare la vita — nelle piccole e nelle grandi cose — per la verità che hai conosciuto.
Che San Giovanni Battista, il profeta dell’Altissimo, interceda per noi. E che Santa Maria delle Grazie, nostra Madre, ci insegni a custodire e a mettere in pratica questi tre verbi, affinché un giorno, come lei, possiamo cantare la grandezza del Signore che ha compiuto grandi opere in noi. Amen.

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